La Trilogia (non più tale) dei Sensi – Anne Rice

Bene, bene, bene. Un unico articolo per condividere la mia personalissima (e, in quanto tale, ovviamente, sempre e comunque discutibilissima) opinione su un’intera serie, la molto chiacchierata, molto criticata e grandemente osteggiata “Trilogia dei Sensi”, scritta dalla ben nota autrice Anne Rice con il nom de plume A.N. Roquelaure ed edita per la prima volta (si parla ovviamente degli Stati Uniti) negli anni ’80. Dal momento che la serie originale ha subito un recente ampliamento, con la pubblicazione di un quarto volume, “Beauty’s Kingdom”, nel 2015, questo articolo è destinato a subire un debito aggiornamento nel momento in cui riuscirò a impossessarmi del libro in questione, ma ero talmente impaziente di trattare l’argomento che non ho saputo aspettare 😀

La trama in poche parole: Ehm…PWP? Traduco per coloro che hanno scarsa o nulla familiarità con il meraviglioso mondo delle fanfiction e con il gergo ad esso correlato: “plot, what plot?”. Meraviglioso acronimo per indicare quelle storie in cui non succede pressoché niente di rilevante….eccetto che tra le lenzuola. Storie in cui la trama in generale, in effetti, non è altro che un espediente per descrivere pratiche sessuali più o meno…originali. In realtà penso che questo sia vero per molti, moltissimi romanzi appartenenti al genere erotico anche perché, inutile negarlo, una trama avvincente e ricca di colpi di scena non è esattamente quello che il lettore ricerca in essi. Ma sto divagando. Tornando a noi: sebbene istintivamente mi venga da bollare l’intera serie come “PWP” farlo sarebbe in realtà troppo semplicistico perché anche se le scene di bollente intimità tra i personaggi si susseguono senza sosta la vicenda ha un suo filo conduttore e i personaggi affrontano un percorso di evoluzione personale (un’evoluzione circoscritta a un’unica sfera, ma pur sempre evoluzione). Diciamo che gli avvenimenti salienti potrebbero essere riassunti così: la principessa Bella, risvegliata in modo decisamente poco ortodosso dal suo sonno incantato, viene condotta nel regno del suo salvatore, un regno nel quale, a causa di una bizzarra usanza, principi e principesse conoscono una forma del tutto particolare di servaggio, forzati a esplorare i segreti della dominazione e della sottomissione. E’ la storia del risveglio sessuale di Bella e della sua scoperta dei segreti della sensualità, della sua esplorazione dei propri limiti, ma anche la storia di altri affascinanti principi con cui lei si trova a condividere questo periodo di intrigante schiavitù.

Lo so, lo so, esprimere la propria opinione su libri che parlano di sesso  così esplicitamente, descrivendo tra l’altro pratiche non certo mainstream, non è mai esente da rischi. L’argomento è delicato…ma non è forse questo il bello?

Prima di andare a trattare argomenti sensibili però, scusate la pignoleria ma sento il dovere spirituale di fare piccola osservazione, un appunto amichevole dedicato all’editore italiano. Come ho già detto la “Trilogia dei sensi” non è più una trilogia e andrebbe forse rinominata, ma questo è un errore facilmente giustificabile. A difesa della TEA posso dire che a distanza di circa trent’anni dalla pubblicazione dei tre libri che compongono quello che possiamo definire il nucleo originale della serie il sospetto che la stessa potesse dirsi conclusa era legittimo. Il problema è  un altro. Editore? La serie nasce come rivisitazione della fiaba della Bella Addormentata, dunque perché non conservare in traduzione, se non nei singoli titoli almeno nel nome dato alla serie, tale riferimento, sempre presente in originale? In inglese la serie è conosciuta come “The Beauty’s Series”. Non che ci sia nulla di male nella scelta adottata, ma davvero non si poteva optare per un semplice, onesto, fedele “La Bella Addormentata”? Troppo poco d’effetto, forse? Fatemi capire…

Ad essere sincera fino in fondo avrei qualcosa da ridire anche su come sono stati resi in traduzione i titoli dei singoli volumi. Qui però sarebbe necessario aprire un discorso più ampio e complesso circa la tendenza italiana a tradurre, usando un eufemismo, molto liberamente i titoli di quasi ogni opera straniera destinata a fare la sua comparsa sul nostro mercato editoriale. Preferisco non farlo, in primo luogo perché è un tema già ampiamente trattato da altri articoli in altre sedi, in secondo luogo perché davvero rievocare alcuni dei peggiori esempi di traduzione in cui ho avuto la sfortuna di incappare negli anni è quasi doloroso e sicuramente agghiacciante. Mi limiterò a una considerazione: a parte rare occasioni non credo che gli autori scelgano a caso il titolo delle loro opere, non sarebbe dunque più rispettoso nei confronti dei loro sforzi, almeno quando le crudeli esigenze della traduzione non impongono altrimenti (esistono titoli che, con tutta la più buona volontà, non avrebbero senso se resi in una lingua diversa da quella originale, e in quel caso va bene adattarli), tentare di trasporli fedelmente? Ma no, meglio cercare di incrementare le vendite scegliendo titoli che incuriosiscano, anche se alla fine non c’entrano granché non solo con il titolo originale, ma con la trama stessa (da “The Whole Package” ad “Amori impossibili e fragole con panna”: con che attinenza, di grazia?).

Frugando un po’ sul web ho avuto modo di apprendere alcune cose interessanti circa la “genesi” della “Trilogia dei Sensi” (per comodità continuerà ad attenermi al nome italiano della serie) e siccome ritengo che qualsiasi opera sia prima di ogni altra cosa manifestazione dello stato d’animo e dei bisogni dell’autore in un determinato momento della sua vita credo sia giusto riportare qui un paio di quelle informazioni, nella speranza che possano aiutare altri lettori a vedere la serie sotto la giusta luce (o, nel caso l’avessero già letta, a vederla sotto una nuova luce). Contestualizzare aiuta sempre nel momento in cui si è chiamati a esprimere il proprio giudizio su un libro.

Il nome e la fama di Anne Rice sono strettamente legati alla serie di libri sui Vampiri che vede protagonista l’affascinante Lesat (insieme ad altri intriganti personaggi), dunque vederlo accostato a una trilogia erotica, soprattutto per noi lettori italiani (n.b.: lettori medi, non fan sfegatati), potrebbe essere fonte di stupore (anche se forse, se avete letto “Armand il vampiro” qualche sospetto piccolo piccolo circa la non totale estraneità della beneamata a certi argomenti potrebbe sorgere…), curiosità o, per i più moralisti, quasi di scandalo. Certo, alcuni autori decidono di concentrare i propri sforzi su un unico genere letterario per l’intera durata della loro carriera, altri invece optano per scelte più eclettiche. Anne Rice appartiene a quest’ultima categoria, anche se probabilmente le scelte degli editori italiani hanno contribuito a dare vita a quel fenomeno associativo che la identifica per lo più come autrice di libri a carattere fantastico, dal momento che, per esempio, poco o nulla è stato tradotto della sua produzione a carattere storico (e anche quel poco è piuttosto difficile da reperire). Proprio quest’ultimo filone della sua produzione, pressoché ignorato dai nostri editori, gioca un ruolo non indifferente nella nascita della “Trilogia dei Sensi”.

Anne Rice ha scritto la serie in oggetto in un momento particolare della sua carriera, dopo aver dovuto fare i conti con la pessima ricezione critica di due suoi romanzi a carattere storico, “Un grido fino al cielo” (“Cry to Heaven”) e “The Feast of All Saints” (inedito in Italia, a quanto mi risulta, ma se qualcuno dovesse essere a conoscenza di una sua traduzione e avvenuta pubblicazione mi faccia sapere). Comprensibilmente amareggiata dal flop di queste sue opere abbandonò il progetto che aveva in mente (una storia ambientato all’epoca di Oscar Wilde) e il genere storico per virare su un tema da lei in realtà già esplorato in precedenza: il romanzo erotico. Pare, per sua stessa ammissione, desiderasse scrivere qualcosa in cui non fosse necessario, per così dire, “sottolineare le parti hard”. Per sentirsi veramente libera di farlo decise di avvalersi, all’atto della pubblicazione, di uno pseudonimo. Per quanto mi riguarda mi sentirei di dire: complimenti, missione riuscita!

Alla luce di questo fatto penso che la seria vada vista sia come la riaffermazione dell’assoluta e totale libertà di un autore di scrivere quel che desidera e come lo desidera, sia un modo per reagire a critiche che avevano toccato la sua sensibilità di autrice. Anche per questo, sebbene la trilogia abbia subito diversi tentativi di censura, almeno in un caso sia stata rimossa da una biblioteca e sia stata bocciata da diversi frequentatori di social di lettura quali Anobii e Goodreads, vorrei spezzare una lancia (anche due) in favore di Anne Rice e della sua opera. Lapidatemi pure (verbalmente) per questo, se lo desiderate.

Alcuni sono rimasti talmente turbati dall’impatto con il primo libro da rinunciare a qualsiasi tentativo di proseguire oltre. Che cosa li ha turbati? La giovane età dei protagonisti, gli argomenti trattati,  il tipo di rapporto che regola le relazioni tra i personaggi. Comprensibile? Sì. E’ successo anche a me? Ve lo dirò tra poco. Per il momento vi dirò solo che secondo me lo shock deriva, almeno in parte, da alcuni piccoli ma non trascurabili errori di fondo; il primo dei quali si può riscontrare già nel momento in cui l’avventuroso lettore, incuriosito dall’aver appresto dell’esistenza di una serie a lui sconosciuta di romanzi (erotici, dettaglio non trascurabile, che solletica la sua pruderie) scritti dalla celebre Anne Rice, si reca il libreria per acquistare copia della suddetta. Dove la trova? Ovviamente nella sezione dedicata ai romanzi “hard”. Niente di male perché, in fin dei conti, quella sarebbe la sua legittima collocazione. Il punto è che, mediamente, i romanzi erotici pubblicati ultimamente sono, come dire…leggermente diversi. A causa delle buffe leggi del mondo editoriale dunque la “Trilogia dei Sensi” verrà collocata fianco a fianco a cose le celebri (celeberrime?) “Cinquanta Sfumature”. A questo punto se il lettore non ha mai posato gli occhi né sulle oltre millecinquecento pagine complessive che narrano della conturbante e tormentata relazione tra Anastasia “Ana” Steele e il fascinoso Mr. Grey né su altre storie di carattere simili allora la cosa non creerà problemi. In caso contrario però l’accostamento darà luogo a un parallelo mentale che, inconsciamente, genererà delle aspettative. Aspettative, in questo caso, destinate a rimanere deluse. Hai letto E.L. James, vedi “La Trilogia dei Sensi” tranquilla e placida in attesa nella sua stessa sezione, e voilà! La tua mente, senza che tu te ne renda conto, si immagina già una storia certo torbida e tormentata tra un lui e una lei che alla fine si concluderà con l’anello, dei figli e un bel “vissero felici e contenti”, poi però quando inizi a leggere la realtà della narrazione si rivela assai diversa dalle tue aspettative e ti senti tradito dall’autrice. Mai sottovalutare le conseguenze di un accostamento errato sugli scaffali….

Il secondo problema nasce dall’idea che molti lettori si sono fatti, grazie soprattutto alla letteratura erotica degli ultimi anni, sul così detto “sesso estremo” e sul mondo BDSM. Ancora una volta tocca puntare il dito contro le già citate “Cinquanta Sfumature” (volente o nolente hanno creato un precedente e stabilito dei canoni difficili da ignorare, rassegnamoci alla cosa). Leggi “sesso estremo” e pensi a Mr. Grey, alla sua Stanza dei Giochi, ai suoi frustini e ad accessori erotici analoghi ma siamo onesti con noi stessi: questo è BDSM all’acqua di rose, la versione ripulita per signorine bene. Il problema vero è che Anne Rice nella sua serie è andata oltre. Molto oltre. Non si parla di dominazione e sottomissione come pratica da svolgere in un ambiente controllato e in determinati momenti, bensì di un vero e proprio stile di vita, qualcosa che pervade ogni aspetto del quotidiano. Il sesso alternativo sembra risultare accettabile nelle sue forme più “diluite” (manette, frustino o altre simili delizie atte a solleticare la nostra fantasia, a farci sentire trasgressivi senza però superare certi limiti prestabiliti) mentre soffriamo di una forma di rimozione selettiva nei confronti di quei gusti sessuali che percepiamo come realmente estremi. Ci disturba quando, parlandone apertamente, qualcuno ci costringe a rapportarci, anche solo per breve tempo, con la consapevolezza della loro esistenza. E’ senz’altro uno dei motivi per cui la serie è stata oggetto di reiterati tentativi di censura.

La difesa ha terminato, vostro onore. La vera domanda in tutto questo però è….a me la serie è piaciuta o no? Nnsì. Neologismo coniato sul momento che, a differenza del famoso “nì” (via di mezzo tra sì e no) tende a virare un pochino di più verso il sì. Mi spiego meglio. Il primo libro, “Risveglio” (“The Claiming of Sleeping Beauty”), nel quale facciamo conoscenza con la principessa Bella, con il suo (SPOILER ALERT!) primo padrone e con le bizzarre consuetudini del potente regno dal quale egli proviene, non mi è piaciuto e se avessi dovuto giudicare unicamente sulla base di esso l’intera serie non avrei esitato a bocciarla. La mia reazione, già dalle primissime pagine, è stato qualcosa del tipo: “Oh. Mio. Dio. Che cosa sto leggendo?!”.

Mi considero una lettrice dalla mentalità piuttosto aperta, eppure mi sono trovata in difficoltà già al primo capitolo, nel quale il Principe Ereditario si apre la strada fino alla stanza in cui Bella riposa, prigioniera del suo sonno incantato. Sappiamo tutti cosa avviene dopo: il principe risveglia la Bella Addormentata con un bacio, giusto? Giusto. E invece no! Una rivisitazione della fiaba classica, d’accordo. Un romanzo erotico. Ne sono consapevole, e certo non mi aspetto che i due si limitino a tenersi per mano contando le pecore però…però no! Copulare con una povera creatura ignara per risvegliarla dall’incantesimo già al primo capitolo mi pare semplicemente….troppo. La domanda che mi è sorta spontanea è stata: <<Perché?>>. Certo, se qualcuno ti deflora mentre dormi esistono concrete probabilità che il tuo sonno venga bruscamente interrotto, non voglio certo sindacare sull’efficacia della tecnica…. tuttavia continua a sembrarmi lievemente esagerato.

Un ulteriore shock (e qui mi trovo d’accordo con il parere espresso da altri lettori) è arrivato nel momento in cui mi sono resa conto dell’età dei protagonisti. Sia Bella che il Principe Ereditario sono solo dei teenager (lei ha quindici anni nel momento in cui viene colpita dall’incantesimo, lui diciotto quando la risveglia) e Bella, man mano che la storia prosegue, intrattiene rapporti intimi con individui chiaramente più grandi di lei. Ecco introdotto un altro tema delicato, quello dell’efebofilia. Personalmente trovo i “quindici anni” di Bella più sconvolgenti di qualsiasi originale pratica sessuale descritta. O forse si potrebbe dire che le pratiche descritte mi risultano leggermente fastidiose proprio per via di quei “quindici anni”. Non lo so, non penso faccia una vera differenza.

Al di là di quella che potrebbe essere la nostra reazione istintiva ancora una volta è però importante importante cercare di tenere a mente un aspetto fondamentale che, in effetti, pone quel traumatico “quindici anni” in una nuova prospettiva: la storia è ambientata nel Medioevo. Un Medioevo fantastico, d’accordo, ma pur sempre Medioevo. Considerata l’aspettativa di vita media dell’epoca (e a quale età si convolasse a nozze) la scelta dell’età dei protagonisti non appare più così bizzarra. Contestualizzare è importante, non mi stancherò mai di dirlo.

Lo shock per il dettaglio in questione in ogni caso è destinato a essere di breve durata. Pare quasi brutto dirlo ma sinceramente tra una sculacciata e una fustigazione, tra una scena bollette e l’altra con un intermezzo sulla Pista Imbrigliata, presto passa in secondo piano.Non è per cattiveria, davvero, ma gli elementi di distrazione sono così tanti e l’età dei personaggi viene menzionata solo all’inizio del romanzo….

Abbiamo appurato dunque come “Risveglio” abbia creato anche a me qualche difficoltà. Terminata la sua lettura non sentivo un vero bisogno di leggere i suoi due seguiti. Un po’ per una questione di principio, un po’ perché tanto ormai li avevo comprati, dopo diversi mesi mi sono però decisa a concedere loro comunque una possibilità. Ho iniziato la lettura di “Abbandono” armata di un certo, sano scetticismo e senza autentica curiosità, però poi è successa una cosa incredibile: l’ho divorato d’un fiato, mi è piaciuto e ho subito iniziato il terzo. Il motivo è semplice: ormai mi ero ormai adattata. Al mondo di Anne Rice, alle sue bizzarre usanze. Sparito l’elemento sorpresa e acquisita familiarità con l’ambiente descritto tutto quanto mi è sembrato quasi naturale. Avevo accettato la realtà del Regno e le sue regole, le avevo assimilate a livello inconscio. Sapevo che genere di storia andavo a leggere e proprio per questo, invece di sobbalzare dinanzi alla crudezza di certe usanze, ho potuto focalizzare la mia attenzione su altri aspetti (sulla storia, sui personaggi e non più solo sull’ambiente).

Sono dunque giunta a una importante conclusione: sono rimasta turbata dalle pratiche descritte? No. Ho l’apertura mentale necessaria per leggerne senza rimanere sconvolta (magari non le condivido, ma in fin dei conti cerco di non giudicare). Il trauma è stato generato dall’impatto con un universo sconosciuto e bizzarro in cui si viene trascinati bruscamente, senza preludio, fin dal primo capitolo.

Se il primo libro ci trascina a viva forza nel mondo di raffinati, crudeli piaceri del castello della regina Eleanor, “Abbandono” (“Beauty’s Punishment”) ci conduce in un universo assai meno ricercato: il villaggio in cui gli schiavi macchiatisi di gravi atti di disobbedienza vengono condotti e venduti all’asta agli abitanti, che potranno così avere per uno o più anni affascinanti principi e principesse alla loro mercé. Non seguiamo più solo le vicende di Bella: il suo punto di vista viene alternato a quello di Tristano, altro schiavo punito, altro amante della nostra dolce principessa. Ebbene, se dovessi dire quale dei tre romanzi mi è piaciuto di più, non esiterei: questo. Non so bene perché. Forse per quest’alternanza tra punto di vista maschile e femminile…fatto sta che tra tutti è quello che ho letto più volentieri. Non ho lamentele rilevanti né riguardo agli argomenti trattati né riguardo ai personaggi.

Per quanto riguarda “Estasi” (“Beauty’s Release), la faccenda si fa nuovamente un po’ più complicata. Bella, Tristano e altri principi, tra cui l’affascinante e indomito Laurent, vengono rapiti e condotti al palazzo del Sultano, dove scoprono tutto un mondo di nuovi, raffinati piaceri. Ad alternarsi questa volta sono i punti di vista di Bella e Laurent. Nulla da dire al riguardo, tuttavia il mio parere sul libro non può essere del tutto positivo non tanto per le pratiche descritte (alcune delle quali sinceramente assai bizzarre) ma per il modo in cui alcune di esse vengono descritte. Ci sono….diciamo procedimenti che non sentivo assolutamente il bisogno di vedermi descritti nel dettaglio. Avrei preferito venisse lasciato qualcosa di più all’immaginazione. Non voglio entrare nel merito per non rovinare la sorpresa ma davvero….sapere dell’esistenza di certe pratiche è una cosa, vederne sviscerata, per così dire, la meccanica decisamente tutt’altra.

Probabilmente a questo punto qualcuno se lo sta chiedendo: ho più volte dichiarato di non trovare le pratiche di dominazione/sottomissione così dettagliatamente descritte da Anne Rice particolarmente disturbanti di per sé. Come è possibile? La ragione in realtà è piuttosto semplice, e si applica perfettamente a quasi ogni altro genere di pratica sessuale “fuori dagli schemi”. E’ da ricercare nella definizione stessa di “BDSM”. Mi permetto amichevolmente di ricordarvelo: Bondage, Dominazione, Sado-masochismo; con particolare attenzione proprio a quella S e a quella M finali, sulle quali si tende forse a fare più confusione. Sadismo e masochismo. Cerchiamo di essere divulgativi.

Il Marchese de Sade, dal cui nome deriva il termine “sadismo”, è stato autore di simpatici volumi quali “Le 120 giornate di Sodoma” e “Justine”, e sono proprio le pratiche descritte nelle sue opere a definire il significato della parola. Siccome non vorrei turbare la delicata sensibilità dei lettori limitiamoci a verificare cosa ci dice il dizionario in merito:

sadismo
sa·dì·ṣmo/
sostantivo maschile
  1. 1.
    La perversione di chi trae piacere dall’infliggere sofferenze all’oggetto dell’impulso sessuale.
  2. 2.
    estens.
    Crudele e perverso compiacimento nel tormentare gli altri.

Un pochino disturba, lo capisco. Esistono però diversi gradi di sadismo e mi permetto di dire che i vari “padroni” descritti nella serie di Anne Rice, pur traendo indubbio piacere dall’infliggere punizioni e umiliazioni sui principi e sulle principesse soggetti al loro dominio sono null’altro che timide educande rispetto ai personaggi proposti dal Marchese e che costituiscono il modello originale. Il vero motivo per cui l’insieme non mi infastidisce però risiede nel significato della parola “masochismo”; che invece deriva da Leopold von Sacher-Masoch e dal suo “Venere in pelliccia” (libro da leggere per coloro che desiderassero ampliare i propri orizzonti e, soprattutto, dire basta alla cecità selettiva che affligge noi moderni quando si tratta di sesso e delle sue molteplici e più o meno bislacche sfaccettature). Ecco che il caro, vecchio dizionario ci torna in aiuto ancora una volta:

masochismo
ma·ṣo·chì·ṣmo/
sostantivo maschile
  1. Perversione per la quale nei rapporti erotici il piacere è procurato da una sottomissione umiliante e dolorosa al partner.
    • estens.
      Tendenza a compiacersi nell’avvilire sé stesso o nel subire umiliazioni.

Pregasi tenere bene a mente la definizione in oggetto, in cui “piacere” è la parola chiave. Bella, Laurent, Tristano e gli altri regali schiavi piangono nel momento in cui vengono sottoposti alle umiliazioni e ai severi castighi imposti loro dai padroni, piangono, ma al contempo bramano quegli stessi castighi, quella severità che a tratti è quasi crudeltà. Bella in particolare ama, davvero ama essere sottomessa, umiliata, raffinatamente degradata. Attira su sé stessa la punizione del villaggio perché desidera mettere alla prova i propri limiti, è attratta dalle sconosciute delizie dell’Oriente proprio per il fascino dell’ignoto e per la prospettiva di rituali di sottomissione diversi da quelli fino a quel momento sperimentati. Bella e gli altri principi sono creature profondamente sensuali e lo accettano pienamente e con gioia. Il fatto che amino, davvero amino essere schiavi è qualcosa che emerge sempre più chiaramente, un libro dopo l’altro. Non dico che la lettura non possa urtare la sensibilità di qualcuno, né dico che ci si debba necessariamente sentire entusiasti delle pratiche descritte. Però, in tutta sincerità, dal momento che i rapporti non solo sono consensuali, ma che addirittura le controparti sono l’una più entusiasta dell’altra non vedo, davvero non vedo dove stia il problema. Se i protagonisti sono consenzienti (aggiungerei maggiorenni ma in questo caso sarebbe fuori luogo) ogni giudizio morale viene da parte mia sospeso. Sono altre le cose che mi disturbano nella vita.

Ciò che invece ho trovato almeno in un un primo momento fastidioso è la passività di Bella perché, sebbene io possa razionalmente arrivare ad accettare pratiche di dominazione e sottomissione come svago in camera da letto, vedere applicate queste dinamiche a ogni aspetto dell’esistenza quotidiana mi risulta irritante. Trovo però Anne Rice abbia fatto un ottimo lavoro nel descrivere l’evoluzione della psicologia della principessa in relazione al mutare del suo parere verso la situazione in cui si è venuta a trovare. Nel primo libro tutto è nuovo per lei: il suo corpo risponde con gioia agli stimoli ma si ravvisa ancora una certa resistenza. E’ interessante vederla diventare sempre più conscia della propria “vocazione”, seguire istintivamente i propri desideri. In un certo senso, anzi, Bella è un personaggio potente, che esercita più potere di quanto non ne esercitino i suoi padroni. Potente perché testa coraggiosamente i propri limiti (lei e Laurent scelgono volontariamente di comportarsi male per attirare su di loro punizioni più severe) ma soprattutto perché rimane impenetrabile all’amore dei padroni. Non rimpiange il Principe Ereditario né Donna Giuliana, che invece si struggono per lei; è pronta a dimenticare sia Padrona Lockley che il Capitano delle Guardie e sappiamo che alla fine dimenticherà anche la dolce Inanna. Suscita amore nei suoi padroni ma rimane ad esso impenetrabile o, per meglio dire, li ama senza davvero concedersi loro, la qual cosa le conferisce decisamente un ampio grado di controllo. Bella è sottomessa e ansiosa di compiacere, ma lo è unicamente per sé se stessa, per il proprio piacere. E’ una cosa che, come ho detto, emerge progressivamente e che mi ha affascinata senza nemmeno che me ne accorgessi.

Altro motivo per cui sul momento non sono rimasta favorevolmente colpita dal personaggio di Bella è che mi aspettavo di seguire il graduale evolversi della sua storia con il Principe Ereditario (l’involontario parallelo della serie con la fiaba originale?) e invece già alla fine del primo libro se lo lascia alle spalle senza fare una piega. In effetti l’intera serie potrebbe riassumersi efficacemente riepilogando i cambi di partner della nostra beniamina.

  • “Risveglio”: principalmente Bella con il Principe Ereditario (ma anche Bella con Donna Giuliana, con il Principe Alessio, una breve parentesi con la regina e, per non farsi marcare niente, con Tristano). Abbiamo anche il Principe Ereditario con Alessio, ma solo in un’occasione.
  • “Abbandono”: per lo più “Bella e Padrona Lockley” e “Bella e il Capitano delle Guardie”; anche se c’è qualche opportunità anche per un po’ di “Bella e Tristano”. Tristano si innamora poi del suo nuovo padrone, Nicolas, tanto per dare l’idea….
  • “Estasi”: qui la cosa si fa interessante, perché le relazioni fondamentali per Bella sono due, quella segreta con Inanna, una delle mogli del Sultano, e quella (che forse sarà “per sempre”) con Laurent, schiavo e padrone al contempo. Tristano è figura marginale, prepotentemente sostituita proprio da Laurent (entrambi hanno relazioni tra loro, con Lexius, con il Sultano….).

Un po’ una banderuola, la nostra principessa, ma devo ammettere che il fastidio nei confronti di questa sua tendenza è stato solo momentaneo. Questi repentini cambi di partner avvengono con una tale naturalezza che fatichi a fargliene una colpa.

Come è emerso da questo mio riassunto sulle relazioni della protagonista, al di là del variegato universo della dominazione e della sottomissione e della descrizioni di pratiche ancora più di nicchia come il pony play, altri due temi di grande importanza, descritti approfonditamente, con dovizia di dettagli, sono quello della bisessualità e dell’omosessualità. Sono argomenti che emergono gradatamente in realtà (se ne parla già nel primo libro, nel secondo diventano sistematici ma solo nel terzo, con l’approdo al palazzo del Sultano, emergono come canonici). Un altro dei motivi per cui alcuni, leggendo, potrebbero gridare allo scandalo. Per quanto mi riguarda invece il fatto che i gusti dei personaggi siano così….eclettici arricchisce la narrazione. Diciamocelo….il sesso alla fine è sempre sesso e, se l’autore non fa niente per introdurre un qualche elemento di originalità alla fine stufa, soprattutto se le scene hard compongono il novanta per cento delle pagine totali della serie. Quanto proposto dall’autrice contribuisce a mantenere vivo l’interesse. Il mio interesse, almeno, anche se suppongono tutto dipenda da qual’è l’opinione che si ha su certi argomenti.

In realtà non sono nemmeno del tutto sicura che, parlando dei rapporti intercorsi tra i vari personaggi parlare di “omosessualità”, “bisessualità” o “eterosessualità” sia appropriato. Nel mondo creato da Annne Rice non esistono distinzioni così sottili, esiste solo la ricerca del piacere. Tutti giacciono indifferentemente sia con persone del sesso opposto che con individui del proprio sesso. Vi è un’assoluta libertà e naturalezza nei rapporti proprio perché l’unica legge alla quale sottomettersi è quella del desiderio.                                       Dare un nome alle cose da un lato nasce da un bisogno intrinseco dell’uomo, il bisogno di catalogare, di sentire di avere il controllo, ma dall’altro dare un nome a un fenomeno è un modo per distinguerlo dagli  altri, per porlo su un piano a parte e, in certi casi, per sottolineare la sua diversità da quanto accettato come “canonico”. Quello che mi è veramente piaciuto della serie è che non si sente il bisogno di catalogare le relazioni, di circoscriverle a una categoria in base al sesso dei personaggi coinvolti. C’è solo la passione che brucia e divora, l’unica legge che veramente abbia valore.

Questo più o meno è quanto. Certo, la ricezione di un’opera di questo genere è fatto enormemente soggettivo. Bellissimo, bruttissimo e tutto quello che sta nel mezzo….alla fine però l’opinione in merito a un libro che affronta certe tematiche in modo così approfondito e dettagliato dipenderà, molto banalmente, dall’apertura mentale del lettore. Anche qui però si può fare qualcosa per migliorare la soglia di tolleranza del lettore.                                                                                                                                                              Un consiglio a tutti coloro i quali sono rimasti traumatizzati o scandalizzati dalla lettura della “Trilogia dei Sensi”. Vi paiono eccessive le punizioni inflitte a Bella e agli altri schiavi, ritenete siano al di là di tutto quanto possa essere ritenuto accettabile in ambito sessuale? Provate con “Le 120 giornate di Sodoma”, opera incompiuta del Marchese de Sade. Quello è un tipo di sadismo veramente disturbante, quelle sono pratiche inaccettabili (moralmente e legalmente). Magari non vi farà innamorare di colpo della serie di Anne Rice, ma sicuramente ridefinirà interamente il vostro concetto di “perversione sessuale”. Sostituire il trauma con un altro tipo di trauma. Chiunque lo abbia letto almeno una volta (anche solo tentato di leggere, se non siete riusciti a finirlo tranquilli, non intendo giudicarvi…) capirà senz’altro cosa voglio dire. In effetti è stato finora è stato l’unico libro in grado di farmi dire “no, è troppo, non è accettabile”; quello e uno dei racconti di Ryu Murakami contenuti in “Tokyo Decadence”. Anne Rice…la tua “Trilogia dei Sensi” (nonostante l’inizio promettente) non è riuscita nella stessa impresa….sorry not sorry 🙂

In viaggio con Monsieur Perdu – “Una piccola libreria a Parigi”, di Nina George

E’ più importante consigliare la lettura di un libro che ci ha regalato numerose ore di letizia o mettere in guardia contro un’opera letteraria che ci ha fatto slogare le mascelle a furia di sbadigli? Le recensioni negative sono, spesso e volentieri, le più spassose sia da scrivere che da leggere. Potrei quindi parlarvi di un libro che sta a me come la criptonite sta a Superman. Ma non lo farò. Sarebbe facile, troppo facile.

Una lettura che mi è risultata particolarmente gradita, quindi…ecco qua:

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Parliamo del best seller di Nina George.

Mi è giunto in dono (ma quasi certamente prima o dopo lo avrei comprato io stessa in ogni caso). Regalare libri è una cosa alquanto desueta al giorno d’oggi, è vero, di certo però è una nobile iniziativa che andrebbe rispolverata. Ma sto divagando.

Libri, amore, un folle viaggio in battello per guarire le ferite del cuore; senza contare che il riferimento nel titolo a una “libreria” da solo sarebbe bastato a catapultare questo romanzo nella lista dei miei “da leggere”.

Monsieur Perdu è il proprietario di una vera e propria “farmacia letteraria”, situata su un battello ormeggiato a Parigi. Convinto fautore del potere curativo dei libri li dispensa ai clienti come il medico dispensa pillole ma, come presto abbiamo occasione di scoprire, è proprio lui a portare nel cuore la ferita più profonda, che lo ha costretto alla solitudine, rendendolo incapace di lasciarsi andare nuovamente all’amore. Un incontro inaspettato lo costringe ad affrontare il proprio passato, ed eccolo dunque levare gli ormeggi alla sua libreria galleggiante, partendo per un viaggio che è esperienza catartica insieme a un giovane scrittore incapace di replicare lo strabiliante successo del suo primo romanzo. Qui mi fermo, altrimenti rischierei di dire troppo 😉

Bene. Iniziamo con l’elenco delle cose che mi sono piaciute di questa storia.

Bella l’idea della libreria galleggiante. Mi piacerebbe davvero molto visitarla. Per fortuna almeno una esiste davvero. Si trova a Londra e prima o poi certamente ci andrò. Per ulteriori informazioni ecco a voi:

Una autentica libreria galleggiante!

Ancora di più mi è piaciuta l’idea della farmacia letteraria. Prescrivere libri per curare i disturbi dello spirito non è solo una grande idea: è un rimedio di comprovata efficacia, provare per credere! A chi sia interessato a cotale rivoluzionario metodo di cura suggerisco caldamente “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” di Ella Berthound e Susan Elderkin, edito da Sellerio (i più arditi possono azzardare la lettura della versione originale non tradotta), un prontuario da tenere sempre a disposizione e consultare al bisogno. Visitate invece la pagina web sotto segnalata per un suggerimento conforme all’umore e sempre a portata di click!

Farmacia letteraria a portata di click

Non dimentichiamoci che ciò che muove il protagonista è l’amore, e allora molto bene, un plauso sentito al fatto che il protagonista sia, appunto, un uomo. Non so se l’avete notato ma in genere le storie d’amore sono narrate da un punto di vista squisitamente femminile, quindi ottimo il fatto che questo romanzo si discosti da quella che è un pochino la tendenza generale, e ancora meglio il fatto che Monsieur Perdu sia nel pieno del fulgore dei suoi cinquant’anni. Non ho capito…l’innamoramento è prerogativa unicamente dei ventenni o dei trentenni? Quando il capello inizia a ingrigire i palpiti del cuore sono concessi al massimo quando, usciti di casa in ritardo, si corre per cercare di acchiappare l’autobus che fugge via? Io non penso. Quindi ribadisco: un plauso sentito alla signorina George per questa scelta.

Degno di nota anche il riferimento a una certa località, che dovrebbe inserirsi automaticamente nella lista “posti-che-devo-visitare-almeno-una-volta-nella-vita” di ogni lettore che si rispetti. Questa:

Cuisery-1

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Si chiama Cuisery, ed è uno dei “villaggi del libro”. Avete familiarità con questa espressione? Ce ne sono diversi e, per un vero cultore della carta stampata, sono posti da sogno. Per approfondimenti:

I villaggi del libro (sui villaggi situati in Inghilterra e Francia)

Per info su Cuisery (in francese)

L’accenno a questo magico luogo è una piccola perla, dedicato a tutti i veri appassionati, quelli che, se potessero, passerebbero le giornate tra i libri e per cui le librerie non saranno mai abbastanza.

Bene. Ho parlato delle cose di questo libro che mi sono risultate gradite. Ora è il momento di passare a quelle che non mi sono piaciute, peraltro riassumibili in un’unica, semplice parla: nessuna.

So (poiché ho sbirciato tra i commenti dei lettori su Anobii) che alcuni considerano questa storia “noiosa”, lenta negli sviluppi. Non è il mio caso. Certo, se siete lettori avventurosi, amanti dell’azione e dei colpi di scena probabilmente non è la lettura giusta per voi (anche se, probabilmente, come attimo di pausa tra un Clive Cussler e un Wilbur Smith non vi farebbe male). Non è una narrazione dal ritmo incalzante anche se, più che “lenta” io la definirei “dolce”, “sognante”. Mi ricorda un poco una delle professoresse di storia dell’arte che ho avuto al liceo: la sua voce dalla melodica cadenza era in grado di cullarti dolcemente in una sorta di oblio ovattato senza che quasi te ne accorgessi. Se però, vincendo il torpore, riuscivi a fare lo sforzo di ascoltare veramente quello che lei diceva potevi scoprire un mare di nuove, preziose informazioni assenti dal libro di testo, un’infinità di aneddoti curiosi sugli artisti e una profondità e accuratezza di analisi sconcertante.

Il ritmo della narrazione dunque è sì placido e senza scossoni, ma ha un modo di irretirti tutto suo.

Lo stile è piacevole, raffinato senza risultare pesante (almeno per me, anche se, naturalmente, la mia opinione non ha valore assoluto), ricco di immagini fortemente pittoriche ed evocative. Non ho qui né il tempo né lo spazio di esaminare con dovizia i riferimenti particolareggiati ai colori e alle loro molteplici tonalità, le descrizioni accurate dei paesaggi, anche perché nel farlo risulterei pedante. Meriterebbero un articolo dedicato.

Una cosina da segnalare l’avrei però, e concerne la traduzione italiana dell’opera. Non mi dispiace la copertina scelta dalla Sperling & Kupfer, anche se forse avrebbero potuto optare per un’immagine un filino più attinente a quella che è la trama, ma il titolo? Certo, ultimamente sembra sia molto di moda inserirvi un riferimento a “libri” o “librerie”, rimane tuttavia il fatto che il titolo originale dell’opera è “Das Lavendelzimmer”, che tradotto diventerebbe più o meno “La stanza color lavanda”. Forse però questa volta la colpa non è del tutto di noi italiani e della nostra comprovata tendenza a tradurre in maniera decisamente fantasiosa i titoli dei romanzi stranieri. Già un anno prima che il libro uscisse nella sua versione italiana i traduttori di lingua inglese avevano ritenuto opportuno pubblicarlo con il titolo “The Little Paris Bookshop”, probabilmente noi ci siamo solo adeguati.

Consiglierei la lettura? Sì, senz’altro. Sarò anzi più specifica. Questa è una storia di decisioni non prese, di scelte sbagliate e di vite sospese nella staticità di un istante eterno, ma è anche la storia di un uomo che trova il coraggio di affrontare il passato e ricominciare. Facendo il verso a Monsieur Perdu mi azzardo a dire che anche se, certo, questo libro non è un rimedio universale e miracoloso contro tutti i problemi, di certo lo prescriverei a chi ha paura di affrontare la vita di petto e non vive bene i cambiamenti.

Nel complesso: Nikki approves! Parecchio!

both thumbs up